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Diletta, videomaker di Vita, racconta i suoi dieci giorni su Nave Bettica

 

Diletta Grella, videomaker di "Vita", magazine dedicato al Terzo settore, a dicembre ha trascorso 10 giorni su Nave Bettica della Marina Militare Italiana, per dare voce ai tanti uomini e donne che ogni giorno lavorano in aiuto ai bambini migranti e documentare questo fenomeno.

 

Qui il video che Diletta ha girato, ecco la sua testimonianza:

 

"Di sera, quando sto per addormentarmi, mi risuonano ancora nelle orecchie le parole della splendida Preghiera del marinaio, scritta da Antonio Fogazzaro nel 1901 e recitata da allora tutte le sere, prima dell’ammaina bandiera, sulle imbarcazioni della Marina Militare Italiana in navigazione. Non l’avevo mai sentita prima di salire su Nave Bettica, il pattugliatore su cui Vita mi ha mandato per una decina di giorni, a cavallo di Capodanno, per raccontare con la mia videocamera lo splendido lavoro di soccorso ai profughi svolto dalla Marina in collaborazione con la Fondazione Francesca Rava. Quando scendeva il sole e io mi sentivo un puntino perso tra le onde, ascoltare quella preghiera, che parla di forza e vittoria, mi dava serenità. Mi ricordava che sì, siamo tutti dei puntini persi tra le onde, ma che c’è Qualcuno di molto grande che si prende cura di noi. Qualcuno a cui in mare, come nella vita, possiamo affidarci durante il nostro viaggio verso il porto.

 

Sono stati dieci giorni indimenticabili, quelli che ho trascorso su Nave Bettica. Non ho incontrato i migranti, perché a causa di un peggioramento delle condizioni meteorologiche, le imbarcazioni di fortuna non sono salpate dalla Libia.

Sì, mi è dispiaciuto: avrei voluto incrociare i loro sguardi, raccogliere le loro testimonianze, dare voce a chi voce non ha.

Proprio perché non ci sono state operazioni di soccorso, ho avuto però l’opportunità di trascorrere molto tempo con i marinai. E di ascoltare i loro racconti sui migranti.

Il momento più bello era la sera: per un tradizione della Marina, sulle navi in navigazione tutte le sere a mezzanotte si sforna la pizza, una pizza squisita (merito di Adriano, Bruno e Gaetano)! E così, con la scusa di prenderne una fetta, mi fermavo mezz’oretta a chiacchierare con motoristi, elettricisti, vedette, cuochi, ufficiali e sottufficiali...

 

Non potrò mai dimenticare l’emozione con cui Giovanna, l’infermiera di bordo, mi ha raccontato della nascita di Francesca Marina, figlia di una migrante nigeriana, avvenuta a bordo di Nave Bettica, nel maggio del 2015, grazie al prezioso aiuto della bravissima ostetrica della Fondazione Rava, Giuseppina Poppa.O di quando Loreta, l’ufficiale capo componente armi, mi ha spiegato di quella volta in cui hanno raccolto decine di bimbi siriani scatenati e il comandante, per tenerli tranquilli, ha organizzato una proiezione no-stop di cartoni animati nell’hangar, seguita dai piccoli spettatori con bocca aperta e naso all’insù!

Certo non sono mancati i racconti più tristi: della disperazione dei profughi che di notte, tra le onde, implorano aiuto; dei numerosi corpi senza vita recuperati dal mare; del sentirsi impotenti di fronte ad un esodo che sembra interminabile. E del mettercela tutta a salvare quante più vite è possibile, “perché quello”, come mi ha detto Salvatore, il comandante in seconda, “è il compito di ogni marinaio ma, soprattutto, è il dovere di ogni uomo”.

Tutti i marinai con cui ho parlato hanno sempre sottolineato la grande professionalità e l’umanità dei medici, delle ostetriche e delle infermiere (tutti volontari!) della Fondazione Francesca Rava che, dall’ottobre 2013 ad oggi, hanno assistito oltre 90mila migranti a bordo della navi della Marina. Indimenticabile anche il capodanno che ho vissuto sul ponte di volo di Nave Bettica, sotto un meraviglioso cielo stellato (che cielo!). Tra cappellini rossi per tutti, manicaretti preparati dall’equipaggio (comandante compreso) nel pomeriggio del 31, musica, balli e una simpatica lotteria con premi pazzi che più pazzi non si può.

 

In quei dieci giorni a bordo del Bettica, a colpirmi sono state la dedizione e la passione dei marinai per il loro lavoro. Un lavoro che li porta per mesi lontano da casa, dalle famiglie, dagli affetti. “Un lavoro” come mi hanno ripetuto in molti “che non puoi fare solo per la pagnotta, ma perché lo ami davvero”. In quelle settimane che trascorri a bordo, la nave diventa la tua casa e il resto dell’equipaggio la tua famiglia. Vivendo gomito a gomito in spazi ristretti, impari a mediare, ad aiutare gli altri, a condividere luoghi, oggetti, momenti, emozioni… A rispettare l’autorità:innanzitutto quella umana, del tuo superiore, ma anche quella della natura,  cioè del mare, che da signore potente quale è, va trattato con grande, grandissimo ossequio.

Lezioni e valori preziosi, che troppo spesso trascuriamo, e che, da quei dieci indimenticabili giorni che ho trascorso oscillando in mare, ho cercato di portarmi a casa, nella mia vita quotidiana. Con i piedi ben ancorati a terra e la mente che ogni tanto ritorna tra quelle onde…".

Diletta

 

Canale Notizie - 13-03-2016 - Segnala a un amico


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