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Team 39: Margherita, volontaria a largo del Canale di Sicilia, racconta da Nave Bettica

 

Margherita, medico di pronto soccorso all'Ospedale San Raffaele di Milano e volontaria del team 39, ha soccorso centinaia di migranti a bordo di Nave Bettica.

 

"E' stata davvero un’esperienza unica, intensa, che sicuramente mi ha dato molto, da tanti punti di vista diversi.

Sono stata accolta sulla Nave della MM Bettica come una di famiglia e questo ha contribuito moltissimo a far sì che, nonostante le fatiche dovute all’incarico, alle responsabilità e alla mia prima esperienza in mare, questo periodo sia trascorso con un’impensabile fluidità.

Abbiamo svolto tre eventi SAR. Il primo è stato forse il più drammatico, visto che abbiamo recuperato 86 migranti su un gommone al bordo del quale ne giacevano altri 86 morti; l’impatto psicologico è stato sicuramente impegnativo, sia perchè si trattava del mio primo evento, sia per la consapevolezza dei morti, sia perchè i migranti che ho visitato eran tutti in una situazione psico-fisica alquanto precaria: una donna ha avuto un attacco di panico, che inizialmente ho scambiato per una crisi asmatica, tanto era affannoso, rapido e superficiale il respiro, lei aveva perso dei familiari in quel gommone. I migranti erano tutti provenienti da paesi dell’Africa subsahariana, denutriti, ipotermici, fradici di acqua di mare e benzina; molti di loro presentavano, inoltre, ustioni di varie estensioni proprio a causa della benzina (gli scafisti in Libia buttano le taniche piene nei gommoni). In molti casi si trattava di ustioni di secondo grado, dove il danno cutaneo era ulteriormente peggiorato dal contatto con l’acqua di mare con il sale che rimaneva a sedimentare. Quello che siam riusciti a fare è stato di lavare le lesioni e provvedere a medicarle.

La vera scena drammatica però mi si è presentata durante il secondo evento SAR, il salvataggio ad un gommone con un centinaio di persone a bordo. Ero già pronta sul ponte di volo ad accoglierli per il triage, quando mi hanno avvisata dall’idrobarca di tenermi pronta perché c’era una ragazza che stava male. In pronto soccorso non avresti dubbi, prepari un barella, monitor, una schiera di infermieri è pronta a prendere i parametri, a mettere gli accessi venosi, realizzare di non avere la possibiltà di fare proprio nulla di tutto ciò mi ha fatto vivere momenti di profonda inquietudine. La scena che mi si è presentata è stata tremenda: la ragazza era praticamente svenuta, non si reggeva in piedi, non teneva gli occhi aperti, emetteva suoni indistinti allo stimolo doloroso; il tempo a dire ai marò di portarla dentro l’hangar per poterla visitare e capire cosa stesse succedendo, che ne portano un’altra, nello stesso identico stato. “Dottoressa dottoressa, presto!”, sento urlare da poppetta, ancora donne, in stato semi-comatoso, tutti erano spiazzati, nessuno aveva idea di cosa fare, di cosa potesse essere successo, mi guardavano cercando risposte, che in quegli istanti convulsi erano proprio l’ultima cosa che potessi fornire. Saltavo da una donna all’altra per sentire se avevano polso, se erano vive. E poi, in un istante, ho capito al volo cosa fare. La puzza di benzina era terrificante, sentivo la gola e le mucose del naso aride, in fiamme, senza una goccia di saliva, e questo terrificante sapore di benzina in bocca. Allora ho urlato a chiunque fosse lì e avesse la tuta bianca che le donne, tutte stese lì nell’hangar, andavano spogliate completamente e lavate abbondantemente all’istante.

I casi più gravi, quelle meno responsive, si son svegliate subito.  Quelle un po’ meno gravi le ho radunate e ho urlato loro di togliersi subito tutti i vestiti e lavarsi completamente. E alla fine si son riprese tutte. Le abbiamo poi rivestite con i nostri tutoni bianchi, e son rinate.

Non puoi immaginare il sospiro di sollievo che ho tirato quando ho visto la prima ragazza, quella per cui ero stata allertata inizialmente, che se ne stava lì bella seduta a raccontarsela con le amiche.. E la commozione sincera e difficile da controllare quando, mentre andavo avanti a fare triage al resto dei migranti son stata quasi assalita dalle mie signore, che mi cercavano, mi volevano abbracciare, toccare, che mi urlavano piangendo “thank you, thank you”…. Alla fine di tutto, anche il secondo evento si è concluso, con un abbraccio collettivo staff sanitario e battaglione San Marco.

Il terzo evento per fortuna non ha presentato nessun caso urgente, i migranti erano pure in discrete condizioni generali, moltissimi (circa una trentina su 105) con la scabbia, niente di serio, nessun caso clinico grave.

L’ultimo giorno, tornando in porto ad Augusta, abbiamo imbarcato circa 130 migranti da altre due navi, che abbiamo lasciato in porto a Pozzallo la mattina successiva. Tra questi 8 donne, di cui 2 in gravidanza, ma nessun caso sanitario segnalato dalle relazioni dei colleghi delle altre navi.

Grazie alla Fondazione di tutto, della bellissima opportunità, dell’organizzazione del viaggio e del mio insediamento sulla nave.

È stata davvero un’esperienza che non dimenticherò."

 

Margherita

Canale Notizie - 15-06-2015 - Segnala a un amico


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